Il silenzio di Montesole. L’eco di una strage

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Montesole (BO)

 

 

Qui ci vivevano delle persone. Forse non tante, se come me siete abituati a vivere in una grande città, ma neanche pochissime. 115 nuclei di casupole sparpagliati in due vallate così verdi e vive da far male se si pensa al motivo per cui oggi sono completamente vuote.

Alcuni la ricordano come la strage di Marzabotto, altri come la strage di Montesole, dove oggi sorge il Parco Storico, diretto dalla Casa di Pace di Montesole. Perché nessuno più dimentichi. Perché nessuno più neghi quelle morti assurde, violente, disumane.

Dal 29 settembre al 5 ottobre 1944. Sette giorni per mettere a ferro e fuoco le colline tra il fiume Setta e il fiume Reno. Una trappola naturale di cui le truppe del generale Walter Reder approfittano senza scrupoli, uccidendo 770 tra donne, bambini, anziani. Qualche uomo adulto, ma dopo i diversi rastrellamenti molti si sono rifugiati tra le montagne o si erano aggregati ai partigiani. Civili inermi, disarmati, spaventati uccisi in modo barbaro per punire e inibire la Resistenza.

Chiusi nelle Chiesette o nel cimitero di Casaglia. Spinti dentro, stivati. Con la consapevolezza che quelli saranno i loro ultimi respiri. L’ultima cosa che vedranno. Dei tedeschi a cui loro non hanno fatto nulla li ammazzeranno per una guerra di cui a loro non importa nulla.

E poi le bombe a mano, le granate rosse che fischiano dalle finestre e atterrano tra di loro. Inutile attaccarsi al muro, gettarsi a terra. Dove scappi se sei murato nella tua tomba da vivo? E i corpi che cadono gli uni sugli altri. Il silenzio. Tanto silenzio. Qualcuno è ancora vivo ma ha paura. Ha paura di parlare, di respirare. Le madri non resistono e cercano i figli. Ma i tedeschi non sempre se ne vanno. A volte restano. Come automi, magari anche divertiti, posizionano le mitragliatrici. Caricano i nastri. E tutto ricomincia. All’inferno si può tornare anche due volte, chi l’avrebbe mai detto. 

20160318_155658Forse anche tre. Hai visto i tuoi cari, la tua famiglia, i tuoi bambini dilaniati. Uccisi dal mostro che covava dentro e aspettava l’occasione, la scusa ufficiale per essere se stesso, lo stato d’eccezione per cui ritiene che il giudizio di ogni crimine sia sospeso. Miracolosamente ti salvi, sempre che di salvezza si possa parlare. Una parte di te non tornerà mai più. La lasci a Montesole tra le pietre che le SS si premurano di fare a pezzi e bruciare. La casa in cui sei cresciuto. La Chiesa in cui hai pregato, ti sei sposato, hai battezzato il tuo primo figlio. La bottega in cui ordinavi ago e filo. Non hanno lasciato nulla. Si sono portati via tutto. Gli affetti, la vita, la speranza.

Ma non basta. Ti spogliano della tua dignità. Non loro, non i tedeschi. Gli italiani. Ti tolgono persino il beneficio di essere creduto, consolato.

Ecco cosa scrive il Resto del Carlino di Bologna l’11 ottobre 1944:

«Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel Comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato».

Non basta tutto quello che è successo a Montesole. Vieni additato come fuorilegge, bandito, bugiardo. Ti hanno tolto tutto, persino il diritto ad essere consolato, a piangere, a ricordare. Te lo negano per 50 anni. CINQUANTA. 

Nessuno ha più parlato di Montesole per mezzo secolo. Le poche pietre rimaste di quelle vecchie case da mezzadri si sono disfatte, l’erba è ricresciuta laddove era stata bruciata. Il silenzio di quelle valli se lo sono portati stretto nel cuore i pochi sopravvissuti. Troppo dolore, troppe umiliazioni. Ma non erano gli unici a sapere.

Lo chiamano “armadio della vergogna” ma non basta a riassumere quello che dovrebbe provare ogni singola persona che direttamente o indirettamente ha contribuito a tenere quell’archivio per 70 anni con le ante rivolte al muro perché nessuno sapesse.

Tutti indignati. Tutti sconvolti. Loro.

E allora i sopravvissuti hanno iniziato a raccontare visto che tutti sembravano voler finalmente ascoltare.

Le testimonianze al processo di La Spezia del 2006 sono la cosa più straziante che io abbia mai ascoltato. 17 imputati condannati all’ergastolo. Nessuno tra quelli in vita si è presentato al processo. Walter Reder, invece, nel 2006 era già morto da parecchi anni. Nel dopoguerra era stato condannato all’ergastolo ma su pressioni dei governi austriaco e tedesco, Craxi avevo accorciato la sua pena.

Immaginate di sedere al banco dei testimoni dopo 62 anni e parlare con uno stuolo di avvocati delegati dagli imputati, da coloro che materialmente hanno messo insieme quei ricordi di cui non siete più riusciti a liberarvi.

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Chiesa di Casaglia

Sono entrata nella Chiesa di Casaglia, mentre qualcuno leggeva la testimonianza di una donna, al tempo solo una ragazzina, che aveva cercato rifugio lì dentro, convinta, come tutti gli altri, che la Chiesa non l’avrebbero mai profanata. Mi sono isolata da tutto. Ho provato a immaginare di essere lì. Sentivo di doverlo fare. Della Chiesa non resta quasi nulla oggi. Qualche pietra cadente e il vecchio altare. Qualche piastrella del pavimento e un tassello di quelli votivi, fatti con le donazioni di qualche famiglia un po’ più ricca. Alzo il piede, sono pronta a uscire, passando l’ultima mattonella. Le SS urlano in una lingua che non capisco. C’è tanta gente. Ma non la vedo. Non la sento. So che dovrei aver paura. Che a quel punto avrei dovuto capire che la mia morte era certa. Ma non ci riesco. Io un dolore così non l’ho mai provato.

Allora ascolto la voce commossa di chi continua a leggere quella testimonianza. Ascolto il silenzio, il vento. Mi parlano di quel dolore più di altre cento parole, lo rendono vero, concreto. Più forte della mia immaginazione. Perché è quello che è rimasto di tutte quelle urla, di quei pianti, di quella cattiveria.

Non ci sono parole. Non ce ne saranno mai abbastanza.

 

Vi consiglio di guardare il documentario “Lo stato d’eccezione” sul processo di La Spezia con le testimonianze dei sopravvissuti.

Shadowhunters tv show – please, ABC, don’t fail this fandom

Una cosa è stata chiara fin da quando la ABC ha annunciato la produzione della serie tv ispirata alla saga di romanzi scritta da Cassandra Clare: la polemica sarebbe stata fin troppo facile e tutto il fandom (me compresa) ha generosamente ceduto. Tra il confronto con il cast del primo e unico film sulla serie Mortal Instruments e quello con i libri, il massacro era praticamente annunciato.

Personalmente posso dire che la il casting mi ha piacevolmente sorpresa, anche perché, diciamocelo, quello del film lasciava parecchio a desiderare, costituito da attori di cui non metto in dubbio la bravura ma che poco si prestavano al carattere interpretato:

  1. Isabelle Lightwood era ossuta e palesemente troppo adulta rispetto al personaggio dei libri. Non è una novità che adolescenti vengano interpretati da attori molto più grandi ma almeno solitamente lo si nota solo leggendo la loro biografia, non alla prima scena.
  2. Alec Lightwood ha una caratteristica nei libri, che spesso viene sottolineata da Clary, e che non è solo fisica ma fondamentale per la sua correlazione all’ingombrante Jace: l’altezza. Alec emerge dai libri come uno shadowhunter che spesso sta sulle retrovie, a coprire le spalle di Izzy e Jace, con un certo senso di inferiorità quasi nei confronti di quest’ultimo, di cui è anche innamorato. La prestanza fisica e l’altezza servono molto a ridimensionare l’onnipresenza scenica di Jace. Come non detto, per il film scelgono un attore che è alto 1.75 appena. E non ditemi che queste cose non contano. Dovrebbe mettere soggezione a Clary mentre quando nel film la sbatte al muro praticamente la differenza tra i due non si nota.
  3. Io adoro Jonathan Rhys-Meyers, davvero. Ma Valentine Morgenstern con i dreadlocks e a petto nudo come un cantante metal non si può vedere. Era un tantino più di classe nei libri. Psicopatico, ma di classe.

Le scelte del telefilm in produzione sono decisamente più azzeccate. Reggono più difficilmente il confronto personaggi come Jace, Jocelyn davvero perfetti nel film, esattamente come li avevo immaginati, mentre su Clary interpretata da Katherine McNamara ho avuto dubbi iniziali che si stanno dissipando (spero di non subire un colpo con la premiere, però).

Un giorno mi spiegheranno invece la scelta di Luke, perché io sono contraria al whitewashing nei film, ma anche il contrario mi secca parecchio.

Tremo al pensiero di inserimenti di nuovi personaggi come quelli di Lydia, ma bisogna farsene una ragione con la produzione di un telefilm che ha sicuramente esigenze diverse rispetto ad un film.

E ora veniamo al trailer rilasciato proprio oggi, dopo i teaser dei giorni passati.

Non mi sono chiare alcune cose:

  1. Jocelyn prova ad avvisare Clary riguardo la verità che le ha tenuta nascosta e poi la…teletrasporta? È stato scenicamente, graficamente e narrativamente imbarazzante. Mancava solo che Jocelyn pronunciasse formule come “apriti sesamo” o “bidibodibibu”. Terribile. E poi Clary inizialmente dovrebbe credere che sia tutto un errore e che la madre non abbia nulla a che fare con tutto questo.
  2. Le rune sulla torta di compleanno. Che le sia stata preparata da Simon o, anche peggio, da sua madre non ha minimamente senso.
  3. Al Pandemonium è Clary a uccidere il demone mentre dovrebbe vedere solo da lontano la scena in cui lo fa Jace, credendo che lui, Isabelle e Alec siano dei criminali, non trovarsi in mezzo alla grande.
  4. Le spade angeliche più che fatte di adamas sembrano rubate dal set di Star Wars,

Come qualcuno ha detto su Tumblr: è solo un trailer, ma a me è venuta la pelle d’oca, soprattutto per le spade jedi.

A favore del trailer va detto che le battute non solo fanno pensare che i personaggi siano stati ben interpretati ma anche che Dominic Sherwood e Katherine McNamara siano entrati nella giusta chimica, perché… sì, insieme sembrano davvero una Clary/Jace niente male.

Incrocio le dita e soprattutto mi auguro che non svelino, come nel film, un retroscena, ovvero quello sul padre di Jace, che ha un ruolo troppo importante per essere spiattellato al pubblico come niente fosse.

Please, ABC, don’t fail this fandom.

Il mio viaggio a fianco dello Zahir

Recensione e riflessione su Lo Zahir di Paulo Coelho

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Leggere Lo Zahir significa vivere e rivivere tre viaggi. Uno dell’autore: questo come altri libri di Coelho ha una forte connotazione autobiografica. Scritto alla fine di pellegrinaggio di sei mesi che ebbe tra le sue mete anche il Kazakistan, luogo in cui il libro si conclude, ha come protagonista uno scrittore a cui vengono più volte attribuiti titoli o stralci di libri che sono un evidente riferimento ad opere precedenti di Coelho, quali Il cammino di Santiago e Manuale del guerriero della luce.

Un secondo viaggio è quello intrinseco del protagonista. Uno scrittore abbandonato dalla moglie che svanisce nel nulla senza una parola dopo averlo più volte biasimato della sua assenza nel loro rapporto, del suo atteggiamento di abitudine e inerzia. Eppure, proprio quando la moglie scompare, diventa il suo Zahir, ovvero, il centro dei suoi pensieri, un’ossessione quasi. Inizia quindi un suo percorso prima di dolore, poi di tentativi di liberarsene attraverso la scrittura, sebbene nella convinzione che solo incontrarla nuovamente sia la soluzione alle sue pene. Il suo vero viaggio, tuttavia, inizia quando incontra l’uomo che credeva gli avesse portato via Esther. Sarà Mikhail a spiegargli cosa è successo prima e dopo la scomparsa di sua moglie e soprattutto che la vera vittoria, quella che gli farà guadagnare il merito di rivedere Esther, sarà non averla come suo Zahir, ma lasciarsi il passato alle spalle, fino a quando sarà capace di vivere l’amore per Esther al di là di quello che è accaduto, al di là di quello che crede di dover provare per lei.

Solo al concludersi del libro,sfogliando le ultime intense pagine ho compreso che un terzo viaggio era iniziato molte pagine prima e senza che io me ne accorgessi. Lento, esattamente lentamente il protagonista aveva scoperto il proprio. Il viaggio del lettore nella comprensione del messaggio che Mikhail ed Esther hanno dato al protagonista e contemporaneamente al lettore.

Trovo che Coelho sia riuscito in modo magistrale a intersecare i tre piani del viaggio, mescolando così abilmente i tre ruoli di narratore, protagonista e lettore da farli convogliare come tre viandanti che si ritrovano a condividere la strada per caso.

Lo Zahir si apre e si chiude con due riferimenti al personaggio di Ulisse e al suo viaggio verso Itaca. Un viaggio in cui Esther in questo caso, da una parte è Penelope, la donna da cui Ulisse vuole tornare, pur indugiando spesso lungo il cammino e la donna che lo attente pur non sapendo se lui alla fine sarà in grado di tornare. D’altra parte Esther è anche Arianna ( “il filo di Arianna” è il titolo del secondo capitolo) che fin dalla sua scomparsa dipana quel filo che, sempre che sia in grado di individuarlo e di percorrere fino in fondo quelle strade che sono quelle che lei ha percorso allontanandosi da lui, riporterà da lei il marito.

Ho iniziato a leggere Lo Zahir con lo stesso occhio critico, scontento del protagonista e ho finito per apprezzarlo con lo sguardo entusiasta e spirituale di Esther. Credo che, attraverso la storia della coppia e del suo viaggio spirituale per ritrovarsi, si possa leggere la storia di un unico individuo (che poi è il lettore) che ha il suo punto di partenza nel protagonista e il suo punto di arrivo in Esther. Per arrivare alla conclusione che la storia che ci si deve lasciare alle spalle non è solo quella passata, per non cadere nell’abitudine in una storia d’amore, che, appunto, non deve essere storia ma amore e basta, accettato per com’è senza regole, senza precedenti, senza parametri di giudizio e paragone. Quel che ci si deve lasciare alle spalle per vivere meglio l’amore e la vita, per quanto difficile sia, è la storia in generale: quel che pensiamo si debba fare perché cosi è sempre stato fatto che ci lega e ci costringe.

“Sono un uomo libero” è il titolo del primo capitolo del libro, l’annuncio di un uomo che tornato scapolo dopo anni si dichiara tale, ma che arriverà ad esserlo solo dopo il “Ritorno ad Itaca” (titolo dell’ultimo capitolo).

Voci precedenti più vecchie

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